Piccole tempeste mediterranee: l’opportunità di parlarne

Per la seconda volta in poche settimane sul Mediterraneo si è formato un vortice di nuvole che ricorda per molte caratteristiche i cicloni tropicali.
Quello odierno, a differenza del fratello passato tra Lampedusa, Malta e Sicilia il 7-8 novembre scorsi è stato ben individuato dai modelli numerici più di 48 ore prima del suo avvento, dando modo ad appassionati e meteorologi di prepararsi all’evento.
Ci sono stati colpi di vento improvvisi, pioggia battente e forte, ma anche forti sbalzi di pressione tra Lazio centrale, Perugino e Aretino, zone dove poi la bassa pressione morente è passata durante la mattinata.

Insomma, abbiamo assistito di nuovo ad un evento affascinante, ma per certi aspetti anche potenzialmente pericoloso.
Ed è proprio il termine “potenzialmente” che è il più difficile da valutare in questi casi: essendo cicloni del genere difficilmente prevedibili in traiettoria, ciclo vitale e conseguenze è anche particolarmente difficile capire se e quando tenerne di conto, se e quando parlarne, e soprattutto a chi parlarne.

La statistica ci dice che nella stragrande maggioranza dei casi questi cicloni rimangono al largo sul mare dove sfogano la loro energia, oppure raggiungono la terraferma senza però creare pericoli particolari; ma è anche vero che tra le loro spire possono nascondersi temporali particolarmente forti o insistenti, talvolta dei tornado, o comunque venti che possono superare in certe occasioni i 100 chilometri orari.
Capirete, quindi, che aggiungendo a questo panorama la scarsa affidabilità di strumenti quali le mappe di previsione dei venti e della pressione risulta difficile per il meteorologo discernere tra l’opportunità di parlare del fenomeno all’utenza e il seguire la strada della normalità descrivendo l’evento come “pioggia battente e vento forte per qualche ora”. Solo una piccola parte degli utenti (fatti salvi gli appassionati della materia) è in grado di avere una percezione non esasperata del reale pericolo; larga parte del pubblico invece si confonderebbe con le centinaia di allerte meteo di cui sente ormai parlare da anni, reagendo con una alzata di spalle se non con un “Ancora parlano di tornado e cicloni? Da me non ha mai fatto niente!”.

Data quindi l’emorragia di siti web e aziende varie che campano e speculano sullo strillo – e la previsione di un evento meteorologico purtroppo vi si presta – è spesso più conveniente tamponare la confusione mediatica evitando di parlare con enfasi e termini troppo tecnici di questi vortici, assimilandoli a perturbazioni piccole ma forti, quali sono in effetti.
Il buon senso d’altra parte ci viene incontro, perché i rischi di danni da piogge torrenziali, venti forti o tornado non si possono valutare solo attraverso satellite e mappe di previsione (che serviranno da strumenti di supporto), ma anche con i dati delle stazioni al suolo, che daranno un quadro completo e continuamente aggiornato utile a seguire passo dopo passo (in nowcasting) l’evoluzione del vortice. Solo allora, in caso di segnali ben chiari che indichino la degenerazione del ciclone, si potrà eventualmente e concretamente parlare di pericoli e rischi. Altrimenti il risultato sarebbe una confusione maggiore e una credibilità della figura del meteorologo sempre inferiore.

 

di: Lorenzo Catania

da: www.meteonetwork.it